LA BELLISSIMA INTERVISTA DEI LIBS PER IL THE GUARDIAN

 

Molto volentieri, vi riportiamo di seguito la traduzione della bellissima intervista (qui l’articolo originale) che i Libertines hanno rilasciato a Dorian Lynskey per il The Guardian: una chiacchierata ricca di pensieri, sogni, dolore, amicizia e musica.

Buona lettura!

L’instabile rapporto tra Pete Doherty e Carl Barât è imploso nel 2004, all’apice del loro successo. Adesso che i Libertines stanno per tornare con un nuovo album – “Anthems for Doomed Youth” – riusciranno i due vecchi amici a convincere il pubblico ancora una volta?

Sommersi da cocktails e sigarette, nella suite Sir John Betjeman dell’hotel londinese St Pancras Renaissance, Pete Doherty e Carl Barât parlano dei loro momenti più felici. Almeno su questo argomento sono d’accordo.
“Quando ci arrampicavamo sul tetto di quel vecchio ospedale e guardavamo il sole sorgere sopra Whitechapel, parlando di tutto ciò che un giorno avremmo fatto, stavamo vivendo il Sogno” ricorda Barât. “Era il tempo in cui ogni cosa andava per il verso giusto, meglio di quanto potrà mai andare”.

Era la fine degli anni ’90, prima che firmassero un accordo discografico, o fossero anche solo una band. “Entravamo in palazzi abbandonati e suonavamo per un pubblico immaginario, poi uscivamo e chiedevamo alla gente di ascoltarci”, dice Doherty con malinconia. “Le cose che pianificavamo di fare, quelle di cui parlavamo nelle canzoni, non erano reali. Ma ogni cosa messa nero su bianco diventa reale, prima o poi. Nel momento in cui ti trovi a vivere ciò di cui hai scritto, però, il ragazzino che lo ha fatto non esiste più già da molto tempo”. Fa mente locale. “Suona un po’ negativo, vero?”.
Il titolo del primo album dei Libertines dopo 11 anni non potrebbe essere più appropriato: “Anthems for Doomed Youth” [Inni per una gioventù condannata]. Entrambi i frontmen della band si sono sempre sentiti come sull’orlo di un precipizio – anche nei momenti in cui cavalcavano la cresta dell’onda – e quando nel Dicembre del 2004 tutto si è disintegrato, in un delirio di droga e di rabbia, dopo soli due anni e mezzo dall’inizio della loro carriera, è sembrato proprio che l’oscura profezia si fosse avverata.

Ad ogni modo, è stato triste. A differenza della maggior parte delle band di quegli anni, i Libertines offrivano oltre alla musica anche una vera e propria visione del mondo: strana, divertente, inebriante e triste. Sembravano vivere in un mondo fantastico, tutto loro (“The good ship Albion” o “The Arcadian dream”), e si esprimevano come i personaggi di una sitcom scritta da Galton e Simpson, con l’aiuto di Pinter. Barât ritiene di aver trasmesso ai loro fans “una qualche ideologia, un senso di appartenenza”. La fine della band fu anche quella dell’amicizia tra Pete e Carl e degli ideali che condividevano. Da quel momento i due hanno prodotto otto album, come solisti o come frontmen di altre band (Doherty con i Babyshambles, Barât con i Dirty Pretty Things e i Jackals), ma in nessuno di essi si trovano la magia e il senso di ribellione dei primi due album dei Libertines – e, senza dubbio, del nuovo disco.

Barât, 37, paragona il loro ritorno a quando “entri dentro un vecchio appartamento di Parigi in cui non mette piede nessuno dal 1910, e tutto è ancora come è stato lasciato”. Doherty, 36, è più drammatico. “È come se fossimo morti, ci avessero sepolti, e fossimo tornati”.
È bello vedere quanta della loro chimica di un tempo sia sopravvissuta. È passato solo qualche minuto dall’arrivo (in ritardo) di Doherty, e i due stanno già sorseggiando Brit Spritz incrociando i calici come gli sposi, e battibeccando su quale film sia quello che ricorda la vista dalla loro stanza, se “Breve incontro” o “Fine di una storia”. Tuttavia, il tempo ha ingigantito le loro differenze. Nonostante l’aria da attore dissoluto, Barât si è sistemato: è padre di due figli e vive a Londra. Doherty invece, che vive a Parigi con la sua fidanzata, tiene il mondo reale un po’ più a distanza. Non fa uso di droghe da Gennaio, sembra un po’ stranito, come una creatura che ha vissuto nel sottosuolo per troppo tempo e ha difficoltà a riabituarsi alla luce. Fa venire in mente le parole di “Can’t Stand Me Now“: “Cornered, the boy kicked out at the world / The world kicked back a lot fucking harder”. Mentre Carl predilige frasi brevi ed evocative (le sezioni dei commenti online sono il “rifugio dei bigotti”), Peter è un catastrofista, che spazia tra bizzarre digressioni e lancinanti soliloqui ad occhi sbarrati.
“Penso che il nuovo album sia fantastico”, gli dico, e sembrano sorpresi.
“Commento rassicurante”, dice Barât. È preoccupato dal fatto che la gente possa pensare “Questi due sono ancora insieme?”. “Abbiamo convinto già una volta le persone a credere in un mondo diverso, tutte quelle persone adesso sono ritornate in quel mondo – ma quelli che invece non ci sono mai stati?” dice Doherty agitato “riusciremo a suscitare in loro una qualche reazione? Si può iniziare da zero nel 2015?”.
Più tardi, nella lobby dell’hotel, scambio qualche parola con il bassista del gruppo: John Hassall, un buddhista sarcastico, che vive in Danimarca, e con il batterista Gary Powell, motivatore chiacchierone della band. “Sono molto più positivo adesso di prima” dice Powell. “Siamo tutti consapevoli della nostra posizione e dell’amicizia che abbiamo coltivato durante gli anni. Ora ci sono meno possibilità che vada tutto a rotoli”.
Nessuno dei due si aspettava questa reunion. “Ovviamente non me l’aspettavo, sarebbe stato stupido il contrario” dice Hassall. “Fare un altro album e andare in tour per i festivals sembrava un sogno impossibile”.
Neanche i due frontmen ci facevano molto affidamento. “Ho fatto del mio meglio per demonizzare i Libertines e il mondo di Peter, così da proteggere me stesso e andare avanti”, dice Barât. “E poi, ovviamente, ho dovuto sbrogliare tutto il filo spinato, far saltare le mine e fidarmi di me stesso nel farlo senza alcuna difesa, ed è andata bene”.
“Mmm”, biascica Doherty con approvazione. “Bella metafora”.

I Libertines si erano riuniti già nel 2010 per suonare sui palchi di Reading e Leeds, ma il ricongiungimento era durato poco. “Ci siamo guardati negli occhi, ci siamo spaventati e siamo scappati di nuovo”, dice Doherty. Aggiunge che ricostruire la loro amicizia è stato una “gran sfacchinata”, e che non ha funzionato davvero fino a quando l’intera band non si è trovata a condividere la stessa casa ad Amburgo la scorsa estate, in occasione delle prove per il concerto di Hyde Park a Londra a cui hanno partecipato 60.000 persone.
Dopo il successo a Hyde Park – di fronte alla più grande folla per cui si fossero mai trovati a suonare – i Libertines hanno deciso di fare un nuovo album. “Anthems for Doomed Youth” è stato registrato in pochi mesi in Thailandia, dove Doherty ha seguito un programma di riabilitazione. “Avevo un piano B”, dice Barât, “se ne fosse uscito soltanto un casino e gente che si prendeva per i capelli. C’erano un sacco di vecchie canzoni che avremmo potuto usare. Ma non ce n’è stato bisogno”.

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photo: Roger Sargent

Tante sono state le facce storte e le sopracciglia alzate quando i Libertines hanno annunciato che, per il loro nuovo album, avrebbero lavorato insieme a Jake Gosling – produttore di One Direction, Ed Sheeran e Paloma Faith – ma in realtà le canzoni godono di una forza e una chiarezza nuove e fresche, nelle quali neanche una singola parola va sprecata. “Ho sempre dato per scontato che le persone sapessero esattamente cosa stessimo dicendo, in ogni nota, ogni
inflessione, ogni strofa” dice Doherty. “Solo anni dopo ho realizzato che nessuno avesse idea di cosa dicessimo, davvero. Questa volta abbiamo cercato di essere più focalizzati”.

Suona il telefono e Doherty risponde: “Pronto, Albion Solutions, divisione St. Pancras”. E’ il servizio in camera, con un burger per Barât e una zuppa del giorno per Doherty. Confuso dal concetto di dover lasciare una mancia aggiuntiva, Doherty si allunga verso il portafoglio di Barât (“Sei così tirchio! Dai, dagli 20 sterline!”) prima di arrendersi e mandare via il cameriere a mani mezze vuote. Quando rimuove il coperchio dalla sua zuppa, scopre con orrore che si tratta di barbabietola fredda. “Oh cielo,” dice, pucciandoci il pane con aria dubbiosa. “Meno male che non gli ho dato nessuna mancia”.
Anthems for Doomed Youth” ci presenta i Libertines come una band con solo un piede nel 21′ secolo. Il titolo, infatti, parafrasa un poema di Wilfred Owen. Altre canzoni, poi, alludono a Graham Greene, Rudyard Kipling, George Orwell e Oliver Cromwell. Al termine del concerto ad Hyde Park, Doherty ha recitato il poema di Siegfried Sassoon, “Suicide in the Trenches“. Doherty, figlio di un maggiore dell’esercito, è convinto che queste sue ossessioni anacronistiche derivino dall’essere cresciuto nelle caserme in Germania e a Cipro. “Non sono mai andato a scuola in Inghilterra prima dei miei dodici anni” dice. “Per me era un posto mitologico, ma quando poi ci siamo trasferiti lì, l’Inghilterra che pensavo esistesse – quella di Hancock, Porridge e Kipling – non la si vedeva da nessuna dannata parte”. Mentre parla, Doherty solleva un sopracciglio. “Immagina la mia sorpresa”. “Beh aspetta un momento, straniero Johnny” – controbatte Barât – “Io ero qui e quell’atmosfera la percepivo ancora”. Ma Doherty non lo sta ascoltando, è già immerso in un monologo, che include – tra gli altri – sua nonna, gli sfollati, varie music hall e lo zoo di Londra. Il punto, dice alla fine, è questo: “Il mondo è sempre stato un posto inquietante, terrificante, corrotto e sanguinario. Ma c’è stato un periodo in cui la cultura e la musica regalavano davvero questa allegria. Londra era come un grande palcoscenico! Era tutto come una parata”. Ma forse questa non è una specie di nostalgia distorta? – penso – Era poi vero tutto ciò? “Certo che lo era!” – insiste – “Quando vedi la foto di un pubblico allo stadio, di sabato pomeriggio, nell’agosto del 1963, vedi questi 40.000 uomini in cappello”. Doherty sembra trasportato mentre parla. “Quello è il paradiso, amico”.

Questa è la tipica cosa che spiega perché i Libertines riescano ad ammaliare in una maniera che nessun altro gruppo rock inglese della loro generazione sia riuscito a fare. Hanno sognato una loro versione dell’Inghilterra, e hanno costruito una band su questa immagine. “Ti costringi in un angolo in cui crei il tuo mondo personale” racconta Barât. “E’ quello che volevo da ragazzino, quando mi sentivo intrappolato e tradito da questo mondo… e poi incontri qualcun altro che lo vede, come te” – “Volevo soltanto essere libero nella terra e nel tempo che stavo vivendo” -interviene Doherty, saltando su all’improvviso e passandosi le mani tra i capelli – “Musica, moda e arte; queste erano le cose per le quali eravamo pronti a morire. ‘I miei capelli sono a posto? Hai sentito questa canzone?’ Sono queste le cose che ci hanno salvato. Sono le cose che ancora oggi salvano i ragazzi delle case popolari di Nuneaton. Non c’è altro modo per evadere. Così abbiamo preso le nostre uniformi e ci siamo buttati in tempo, e poi siamo semplicemente andati fuori tempo l’uno con l’altro”.

Quindi cos’è che è andato storto? “I momenti di gioia e soddisfazione erano completamente oscurati dal bisogno di avere sempre l’ultima parola o di un vero e proprio scontro”, dice in tono grave. “Avevamo qualcosa di terribilmente puro e vero al centro di tutto, ma molto di quello che c’era intorno era brutto per me. Orribile. Salire sul palco alla fine era diventato come andare in guerra”.
Ancora faccio fatica a capire perché sia stato finalmente in grado di ricongiungersi ai Libertines, quando la cosa è sembrata del tutto impossibile per così tanti anni. Perché proprio ora? Doherty piega la testa, chiude gli occhi e respira profondamente, tirando fuori le parole con grande sforzo. Quando finalmente torna a parlare, dopo 40 secondi di silenzio, sembra completamente svuotato. “Non lo so. Ero semplicemente distrutto. Non potevo più andare avanti”.
Poi cerca di chiudere il discorso. “Non importa il perché, giusto?”.
Per me sì, gli dico. Perché io volevo che tutto questo accadesse anni fa.
“Lo so, ma la cosa mi avrebbe infastidito”, dice, alzando la voce. “Avrei pensato che non fosse giusto. Io pensavo che stessi rimanendo fedele al sogno di Arcadia, e che invece forse Carl stesse sbagliando un po’. Era lanciato in questa missione fino alla morte. Tutti hanno sempre pensato che fossi io l’anarchico. In realtà era esattamente il contrario. Io ero quello che giocava e diceva cose stupide nelle interviste, mentre Carl era quello che si teneva tutto per sé, così che nessuno avrebbe mai potuto vedere chi fosse veramente”.

Non sono esattamente sicuro di questo, così mi giro verso Barât per una controrisposta, ma lui semplicemente sta seduto e ascolta, fumando in maniera imperscrutabile. “E’ stato questo maledetto litigio che ci ha messo dieci anni a passare, fondamentalmente” dice Doherty. Poi fa una pausa e sospira. “E poi ho anche smesso di farmi di eroina, tutto il giorno, tutti i giorni, in endovena. Anche questo ha aiutato”.
Si alza di nuovo e cammina per la stanza, tenendosi la testa. Sembra che sia stato dipinto da Edvard Munch. “Qualsiasi cosa sia successa con l’eroina e le situazioni in cui mi trovavo – che sapevo bene che Carl detestava – ho sempre continuato a spingermi al limite, nella musica così come nel viaggiare, o in affari e avventure di altro tipo. Semplicemente, amo la vita e me la sono goduta fino in fondo, ma poi sono arrivato a un punto in cui non avevo altra opzione se non quella di smettere. Il tuo corpo non ce la fa più, ahimè. E quando Carl mi ha guardato negli
occhi e mi ha veramente creduto quando gli ho detto che ci avrei dannatamente provato, è stato come un miracolo. Ogni altra cosa è stata dimenticata. Questa visione egocentrica, questa vita da artista decadente, non significava più niente, non se te stai accucciato e chiuso in quel posto umido e marcio. E Carl mi disse: “Senti, io so che da qualche parte sei ancora lì dentro, tu, la persona che conoscevo. Vieni fuori e suona”. Si risiede, esausto.

Così ora i Libertines hanno riacceso la loro amicizia, suonato su grandi palchi e registrato un nuovo album. Hanno fatto abbastanza per ripulirsi dai rimorsi e ristabilire la propria eredità?
“No” dice Doherty. “Abbiamo solo cominciato, ma penso che debba succedere qualcosa. Non so cosa. Una specie di cataclisma”. I suoi occhi sono spalancati. “Una svolta incredibile!”.
Barât mi guarda e alza gli occhi, in un gesto che denota divertimento ed esasperazione insieme. “E perché, invece, anche no?” chiede in modo gentile al suo amico. “Lasciamo i cataclismi in stand-by per il momento. Rimarremo semplicemente in carreggiata, io e te”.

I Libertines sono gli headliner del festival di Reading e Leeds, proprio questo weekend. “Anthems for Doomed Youth” uscirà venerdì 11 settembre su etichetta Virgin EMI.

- Traduzione a cura di Valentina Fedi e Sara Bernasconi -